Pina Bausch ha detto: “c’è differenza se ad occhi chiusi guardiamo in avanti o in basso. Tutto ha valore. Ogni dettaglio è importante”. Questo pensiero, che la Grande intendeva per la danza, altri lo applicano più o meno inconsapevolmente al loro modo di fare arte.

Marcello Arena, per esempio, dopo anni di danza professionista ha saputo portare nelle sue fotografie la conoscenza del corpo, delle linee di un’immagine, le luci e le ombre.

Classe ’92, ma già dotato di un indiscutibile talento, vanta collaborazioni e editoriali di tutto rispetto.

 

 

Sei molto giovane, ma hai già un linguaggio visivo ben definito. È qualcosa che è andato delineandosi col tempo o è nato spontaneamente?

Non penso sia nato semplicemente dall’oggi al domani. Ho canalizzato tutte le mie esperienze nelle mie immagini. Ho passato 10 anni della mia vita a guardare balletti, studiare anatomia, storia del balletto e del teatro, viaggiare e conoscere persone; di conseguenza so come leggere i dettagli, le luci e le ombre che compongono una scena, una linea e un corpo.

 

 

I personaggi dei tuoi scatti (sia femminili che maschili) sono longilinei, emaciati e al contempo dotati di una certa grazia. Questo rispecchia il tuo ideale di bellezza o è piuttosto una scelta stilistica?

La scelta dei miei soggetti non segue un canone di bellezza stereotipato, bensì l’interesse che esso mi suscita. Essendo il volto il fulcro dell’espressività di una persona, sono attratto dai volti particolari e fuori dai canoni comuni. Fino ad ora le mie scelte sono sempre ricadute su fisici molto asciutti, non per scelta stilistica ma perché erano adatti per le storie che volevo raccontare. Amo rappresentare soggetti e non sessi, di conseguenza raffigurare un uomo estremamente maschile o una donna fortemente femminile uscirebbe dalla mia idea di rappresentare un’ anima elegante e di una bellezza sofferta.

 

 

Parlando invece dell’aspetto emotivo delle tue foto, che tipo di sensazioni cerchi di comunicare?

Ogni mia foto è il connubio e la somma di me stesso e di chi ho di fronte. Quello che ho imparato fotografando è che in ognuno di noi si nasconde un dramma e vederlo attraverso una foto mi fa sentire meno solo. È questo che vorrei comunicare: che in ognuno di noi esiste un senso d’inquietudine, a volte distruttiva ma estremamente affascinante e forte.

 

 

Da danzatore professionista a fotografo: un percorso molto interessante. Com’è avvenuto?

La transizione da danzatore diplomato perfezionato a quello che sono ora è stata parecchio difficile. Ho iniziato a danzare all’età di 10 anni e ho un amore smisurato per quest’arte tanto bella quanto ostica. Il periodo, durato più di un anno, in cui mi sono fermato per problemi di salute, ha permesso di analizzarmi, conoscermi, osservarmi e osservare, vivere e respirare un’aria diversa dalla stanza piena di specchi dove non ci si osserva ma ci si ossessiona (habitat naturale del danzatore). Sebbene ci sia sempre stata, il mio bisogno di far fotografia è arrivata con più forza in quel momento; ho sempre fotografato e ho sempre amato guardare foto di ambiti differenti come paesaggistica, ritratto, moda o still life, ma l’idea di iniziare una carriera da fotografo è arrivata poco più di un anno fa. Ho la ferma convinzione che le persone siano piene di talenti ed è riduttivo pensare che nella vita si possa fare solo una cosa.

 

 

Al momento ti occupi di moda, ma guardando a un futuro puramente ipotetico ti piacerebbe estendere l’ambito della tua fotografia?

Nella vita non si sa mai quello che può succedere. Amo sperimentare e mi definisco un’anima in continuo mutamento. Questo credo che porterà un mutamento anche nella mia fotografia. Si vedrà.

 

 
Marcello Arena exhibition at WOMADE #7
Sabato 1 Febbraio – Chiostri di San Barnaba (Milano)
 

 
Andrea Tata