I latini dicevano “nomen omen” e il caso di Alberto Lapenna sembra esserne un esempio lampante: una formazione artistica presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze e un master in Photography e Visual Design con la Fondazione Forma e la NABA di Milano hanno reso questo artista “trascrittore” della realtà attraverso i suoi lavori fotografici.

I suoi scatti attentamente studiati a livello compositivo e dal forte impatto scenico “nella loro lettura sono soggetti a una narrativa discontinua e spezzata”.

 

ALBERTO LAPENNA - ELIOGABALO

 

Arte e fotografia: il confine è labile, ma dal tuo punto di vista a quale dei due aspetti pensi di appartenere maggiormente?

Mi sento di dire che l’arte è la parte del confine alla quale sento di camminare più vicino. Ho studiato arti visive prima di iniziare a sperimentare con la fotografia e credo che il legame che ho con la pittura sia ancora molto forte e influenzi molto il mio modo di lavorare. Inoltre l’essenza del mio lavoro è performativa; la fotografia è solo lo strumento più adatto che mi permette di documentare quello che accade nei miei Tableaux Vivant e Pièce, che hanno una limitata durata nel tempo. Solo in alcuni casi ho avuto modo di esporre il lavoro vero (la scena vivente e immobile), ma ciò che resta di esso è solo un’immagine e per questo motivo tendo a fare in modo che sembri il più visibilmente “fotografica” possibile. Credo che attraverso questa esigenza si tracci il confine labile per me tra ciò che è fotografia (ovvero “trascrittura”) e ciò che è arte.

 

ALBERTO LAPENNA - BAMBINI

 

Un soggetto preferisci studiarlo o portarlo fuori dal suo contesto?

Quando inizio a lavorare a un progetto nuovo passo sempre per varie fasi progettuali. Solitamente il soggetto nasce da suggestioni che sono molto varie: cinema, fotografia, pittura antica, arte decorativa. Qualunque sia l’ispirazione inizio sempre disegnando ciò che vorrei realizzare e a verificarne la fattibilità, poi studio e cerco le persone e gli oggetti più giusti a costruire un determinato soggetto e faccio in modo che anche la casualità contribuisca in qualche modo all’opera. Il mio modus operandi mi costringe a studiare e ristudiare il soggetto più volte prima di arrivare alla realizzazione finale.

 

ALBERTO LAPENNA - INTERNO CON FIGURE

 

Nel tuo lavoro c’è molto di teatrale, ogni particolare è studiato e ha la sua importanza. E’ uno stile che ti appartiene da sempre o c’è stato un iter per arrivarci?

Credo che un certo aspetto teatrale faccia parte del mio modo di essere. Venendo dalla pittura sono abituato in qualche modo a cercare di pre-visualizzare ciò che faccio e a dare un peso specifico a ciò che a livello compositivo forma l’immagine. E’ un aspetto che m’interessa moltissimo e che sto esplorando nel mio nuovo progetto in corso dove tento di seguire ogni piccolo dettaglio.

 

 

Quale immaginario cerchi di creare con i tuoi scatti?

La parola ‘immaginario’ abbraccia spesso il mio lavoro, ma ciò che cerco di creare è piuttosto un determinato stato emotivo che derivi da un quello che noi definiamo ‘un immaginario visivo’. Mi riferisco al modo in cui ci rapportiamo a talune suggestioni e a come il nostro vissuto personale le modifichi. E’ questo ciò che m’interessa, che ognuno ricostruisca la narrazione in maniera soggettiva. Io traccio solo un solco, è il fruitore a costruire il percorso con il suo sguardo.

 

ALBERTO LAPENNA

 

Fare una sintesi del proprio lavoro è difficile, quasi impossibile. Ma provo a chiedertelo lo stesso: scegli 3 parole per descrivere il tuo fare fotografia.

Opulento, onirico, oltraggioso.

 

 
Alberto Lapenna exhibition at WOMADE #7
Sabato 1 Febbraio – Chiostri di San Barnaba (Milano)
 

 
Andrea Tata