Minimalismo e sintesi sono i due valori chiave di Yoichi Iwamoto. Nato a Shinjuku, quartiere di Tokyo, nel 1988, è studente presso la facoltà di architettura di Ferrara.

Il suo strumento di espressione sono fotografie dal forte impatto e caratterizzate da una rigorosa pulizia formale; ma non cercate di inquadrarlo eccessivamente: lui è contro il concetto di definizione.

 

 

Esattamente che cos’hai contro le definizioni?

Diciamo che sono contrario alle definizioni ad ogni costo, dalle stupide imposizioni di fatto alle ingiuste restrizioni.

 

 

Cosa deve avere un’immagine per meritare di essere immortolata da te?

Non credo che ci sia qualcosa che meriti o non meriti di essere immortalato. Sostanzialmente – e forse banalmente – scatto delle fotografie a quello che mi incuriosisce.

 

 

Per quanto riguarda invece i tuoi studi, qual è il tuo concetto di architettura?

Non ho un concetto dogmatico dell’architettura; penso sia comunque troppo presto per averne uno. Forse potrei citare il mio mentore: “bisognerebbe costruire di più cose che mostrino la fragilità delle persone”. Il che è un’affascinante contraddizione.

 

 

Non parlando di classificazioni, ma di grandi figure chi indicheresti nel mondo della fotografia e chi dell’architettura?

Non saprei… Luigi Ghirri, perché dimenticato da troppi. Rem Koolhaas, perché osannato da troppi per le motivazioni sbagliate?

 

 

Nei tuoi lavori c’è qualcosa della tua cultura natia o ritieni siano frutto di riflessioni personali del tutto indipendenti?

Inevitabilmente si viene influenzati dalla propria cultura originaria. Ma sarebbe anche tutto abbastanza sterile se poi non si ponessero delle riflessioni personali. Senza andare a scapito di un elemento fondamentale: la (ricerca di) oggettività.

 

 
Andrea Tata