Forse non è un caso se l’oggi mi vede riprendere la penna per parlare di un’artista che seguo da molto e le cui opere, in un certo senso, mi hanno accompagnata silenziosamente, dalle pagine dei social media, in questi ultimi, strani anni: infatti chi, se non una simile narratrice, avrebbe potuto ridare un po’ di brivido al mio amore per la narrazione stessa? Sono stata presa all’amo dalle sue allegorie e lì sono rimasta, con un piacevole senso di corrispondenza addosso.

Spero che le mie parole possano dipingere la magia del lavoro di Elisa Anfuso come le sue immagini riescono così facilmente a tradursi in messaggi di fronte ai miei occhi, raccontando la storia di una e tutte le donne, le tane dei lunghi silenzi, le fragilità e i desideri, la scoperta e il superamento di limiti imposti o autoimposti.

L'altra Eva III

L’altra Eva III

Per scrivere di Elisa mi chiudo in una stanza, in penombra, e lascio che il simbolismo delle opere si riveli di fronte ai miei occhi. Non è difficile: il messaggio è lì, fa bella mostra di sé nelle pose delle protagoniste, nella loro tensione come nel loro abbandono. Si rivela nei colori, nella freddezza degli ambienti quasi privi di prospettiva delle prime serie, su cui danzano schizzi a matita volutamente infantili che svelano aspirazioni, paure, la tenerezza di fantasie che potrebbero benissimo essere voci dell’io. Si mostra nella scelta dei dettagli, negli origami di piccole gru che appese a fili si fingono uccelli liberati, nelle gabbie, nelle mele mature abbandonate a terra. Nell’opera di Elisa il simbolismo è talmente prepotente che non serve essere critici o esperti per venirne sopraffatti: alcune tele hanno il potere di trascinare dentro di sé l’osservatore che, incantato dalla finezza con cui l’artista realizza le figure, si ritroverà abbracciato a propria volta dallo sfondo, come se fosse anch’esso attore dell’opera.

Già, perché se da una parte c’è la maestria con cui la pittrice cesella le figure, tanto iperrealiste da sembrare quasi prossime al movimento, dall’altra è naturale entrare in empatia con loro. I turbamenti dell’animo sono universali e sono questi i veri soggetti della pittura di questa artista. La natura umana, che ci porta ad essere tutti differenti ma al contempo simili, viene messa a nudo attraverso la gestualità dei modelli; come uno specchio, ci invita a riscoprire qualcosa di noi.

Se i turbamenti dell’animo sono universali, l’esperienza resta comunque molto personale. In virtù di questo, Elisa, finalmente è giunto il momento di spostare l’attenzione dalle tue opere a te, la loro creatrice.

“Il mio è un continuo navigare fuori e dentro da me, un incessante salire in superficie a respirare e poi riaffondare giù, a fare i conti coi mostri”


Nella tua ricerca artistica quanto è importante l’introspezione e quanto invece sei stata condizionata dalle esperienze altrui, o dalla realtà che ti circonda? C’è un tema che attira in particolare la tua attenzione?

L’arte è sempre un fatto assai soggettivo, ogni opera è il risultato di un divorare il mondo e risputarlo fuori in forma diversa, dopo averlo lasciato scorrere e riposare nella pancia, prima ancora che nella testa. Il mio è un continuo navigare fuori e dentro da me, un incessante salire in superficie a respirare e poi riaffondare giù, a fare i conti coi mostri che, è risaputo, amano gli abissi. Ecco, la pittura mi ha dato il coraggio di immergermi, e il tema della mia ricerca è forse questo mare stesso, che ci vede naufraghi alla ricerca di un senso possibile.


Ci sono dei simboli nelle tue opere che si ripetono, sopravvivendo al passare del tempo e delle serie, evolvendosi con le tematiche che affronti: uno fra tutti, il filo. Cosa ti lega a questo particolare? Che cos’è, per te, il filo?

Il filo unisce, crea percorsi e connessioni, mantiene equilibri, ne genera di improbabili ma soprattutto il filo lega, ed i legami ci ricordano chi siamo, quali sono i nostri limiti e verso cosa siamo tesi.

Mademoiselle X

Mademoiselle X

Se potessi definire la natura delle tue opere dal 2010 al 2012, le identificherei come “le stanze del silenzio”. Il clima è rarefatto e freddo, attimi ed emozioni sono sospesi in un tempo infinito, che non conosce conclusione. C’è una grande predominanza di bianco e azzurro spezzata da rossi prepotenti, i corpi sono ritratti in pose di abbandono, gli sguardi si negano o vengono negati, e nell’insieme trasmettono un’impressione di distanza, tracciando fra loro e l’osservatore un confine invalicabile, che non permette una reale compenetrazione. Anche quando i soggetti vengono ritratti in coppia, il senso di incomunicabilità che trasmettono non viene meno, anzi risulta quasi amplificato; si ha l’impressione che queste opere vogliano aprire una breccia per permetterci di sbirciare in un luogo profondo dell’io, annegato in una boccia per pesci, in cui albergano emozioni destinate altrimenti a rimanere taciute.
Se le abitanti di queste stanze potessero animarsi, parlando a chi le osserva dall’altra parte della tela, cosa ci direbbero?


Se potessero animarsi, continuerebbero a tacere, immagino. Perché loro, come me, non conoscono parole in grado di dar voce ai dubbi, ai tormenti, alle malinconie che le tengono sospese. Il silenzio è ancora più assordante quando l’Altra mi siede accanto, l’Io ripiega su se stesso per scavarsi dentro e nel candore dei bianchi si fanno grumo tutte le parole della solitudine. La presenza dell’ Altra è di per se immagine di un dialogo muto ma intenso, evocazione di quell’indicibile che l’anima sola riesce ad ascoltare.


Ho notato che le gru di carta e gli uccellini schizzati a matita hanno fatto spazio alla presenza di corvi, passeri e pettirossi realistici, che vivono la scena assieme alle donne ritratte: un’evoluzione forte, che ha in un certo senso reso vivente quello che prima era un concetto immobile, pesante. Se gli uccelli sono archetipi della spiritualità, della leggerezza e della fragilità, cosa li ha liberati, nelle tue opere, dal peso della costrizione? Il cambiamento è stato scatenato dal bisogno di una nuova tematica da esplorare o da un mutamento del tuo modo di percepire te stessa e la realtà?

Sto cercando una strada, una possibile più delle altre, un’immagine che il più possibile aderisca alla mutevolezza dell’animo umano quando, dalle altezze dei suoi voli pindarici, precipita giù, sempre più giù. Sto cercando un modo semplice di raccontare una storia semplice, com’è quella di un’anima che desidera volare e decidere del proprio volo, una storia che si fa complessa se non sei fatto di piume ma di una carne così debole da pesare come una zavorra.


Se inizialmente i volatili erano incapaci di volare, legati, costretti, nelle serie “la caduta di Eva” e “come in cielo, così in terra” la donna diventa addirittura un nido vivente per interi stormi. Anche le protagoniste ritratte sono cresciute, da ragazzine si sono fatte donne. Abbandonati gli ambienti rarefatti delle opere precedenti, si ha un’ulteriore evoluzione e il loro essere donna diventa glorioso: è come se avessero preso coscienza di loro stesse, pur non dimenticando le loro origini; i fili che legavano loro le caviglie ora si intrecciano fra i loro capelli, sono diventate radici e rami di loro stesse. Vorresti parlarmi di questo cambiamento?

Ogni cambiamento corrisponde ad una mutata esigenza narrativa, così le stanze hanno aperto le loro finestre, e pensieri sempre più consapevoli hanno preso a diramarsi nel desiderio di toccare il cielo, o talvolta il fondo. È come se avessi avuto bisogno di guardarmi dentro a lungo prima di sentire il bisogno di rivolgere lo sguardo fuori e solo quando quella stanza non poteva più contenermi ho potuto aprirmi al mondo. Ed inattese fioriture erano lì a sorprendermi.



Come si approcciano le persone che ami al tuo lavoro? Riescono a cogliere le sue sfumature?

La prima esigenza a muovere il mio atto creativo è puramente egoista: delle volte un dipinto è un urlo, altre un racconto sottovoce ma sempre sono le mie inquietudini, ed i miei mostri, a voler uscir fuori, a voler trovare un posto. Sarà per l’attitudine che hanno i miei mostri al travestimento, sarà per quegli abiti bianchi che tanto donano a loro, di fatto piano piano ho iniziato a sorprendermi di come gli altri riuscissero a decifrare il linguaggio di questo racconto e a farne una storia propria, che avesse qualcosa da dire di diverso ad ognuno di loro. È il potere dell’arte, quello di aprire nuovi percorsi di lettura, e di salvezza.


C’è qualche esperienza in particolare che ha segnato o reindirizzato la tua carriera di pittrice?

Ogni esperienza, ogni incontro, ogni luogo, è destinato a cambiarci, in maniera più o meno profonda; così ci sono state persone, città, che hanno cambiato la mia vita e di conseguenza la mia pittura. Ogni impatto prevede un cambio di rotta, è una legge fisica, non possiamo di certo esimercene.


Le ultime opere che hai realizzato appartengono alla serie “L’altra Eva”. Cosa ci racconterà questa nuova storia? Puoi darci delle anticipazioni?

Eva porta dentro di sé il mistero dell’origine. Riprendo il tema del “doppio” per dar forma, e materia pittorica, all’Ombra, figura ancestrale, sorella oscura: “ognuno è seguito da un’Ombra, tanto più nera e densa quanto meno è incorporata nella vita cosciente dell’individuo”, dice Jung.
Dipingerla, per me, è il solo mezzo per averne consapevolezza.

Consapevolezza

Ora vorrei dire una cosa, onestamente: sono stupita da quanto Elisa sia riuscita a dire in così poche parole, perfettamente misurate, e nonostante il mio “scrivermi addosso”. Rileggendo la nostra intervista ho avuto la tentazione di limare le mie domande per poter dare più spazio alle sue risposte. Bastano loro. Dicono tutto. Come stiletti. Zack – stoccata – centrano il punto, vanno all’anima dell’anima delle cose. 

Se non stringo su nulla è solo perché spero che queste risposte siano state portate a galla, in minima parte, dalle mie curiosità. 
Posso però consigliare di tenere a mente le sue parole nel guardare le tele che ha dipinto e che dipingerà. Rallegrarsi del fatto che esista ancora il bello. Nell’uomo, per l’uomo. Dentro i nostri occhi e nei nostri cuori. Io lo farò. Non sarà difficile.

Grazie mille per tutta questa poesia, Elisa.

E Grazie a chi ci ha dedicato il suo tempo.

Per approfondire:

www.elisaanfuso.com
Instagram: elisa_anfuso
Facebook: Elisa Anfuso 

Credits:
Courtesy Elisa Anfuso


Rebecca J. Gironi