Alcune strade vengono intraprese per portare un punto preciso, altre invece servono a definire la più giusta direzione da scegliere. Questo è il caso di Samanta Cinquini, che, laureata in lettere, ha seguito la strada del teatro.

Dopo diverse esperienze in giro per l’Italia (il Teatro Tascabile di Bergamo, Laboratorio 365 di Gubbio e il Teatro dei Sassi di Matera), è a Venezia che matura e approfondisce una poetica artistica personale attraverso la performance.

Oggi la troviamo a studiare fotografia all’Accademia di Brera e in piena collaborazione con Luca Nava per progetti performativi ed elaborati artistici.

 

 

Cosa ti ha avvicinata al mondo del teatro?

Ero una bambina timida. Irrequieta. Con la testa pesante. In cerca della vita.

Come ti ha aiutato la performance ad alimentare la tua arte?

“La morte è diventata un tabù. Un evento intollerabile. Perchè il dialogo con la morte comincia appena nati. Perciò dobbiamo andarle incontro con maggiore consapevolezza” (Gina Pane, dichiarazione dell’artista, 1974).
Il teatro t’insegna a morire. Almeno il teatro, ch’io conosco. La performance ti fa sentire un prescelto. Non sei semplicemente morto. Sei risorto. In tutta questa morte apparente, io respiro l’unica vita che conosco.

 

 

La fotografia, invece, è qualcosa di nuovo per te. Le tue esperienze incidono sul tuo modo di fare foto?

“Non è per caso che un fotografo diventa fotografo come non è per caso che un domatore di leoni diventa domatore di leoni” (Dorothea Langue).
Già fotografavo. Senza rendermene conto. Sono un cane che si morde la coda. Quando creo, io compongo anzitutto un’immagine. Susan Sontag dice: “mentre nel mondo persone reali uccidono se stesse o altre persone reali, il fotografo, dietro il suo apparecchio, crea un nuovo minuscolo elemento di un altro mondo: il mondo delle immagini, che promette di soppravvivere a tutti noi”. Questo m’interessa. Incredibilmente.

 

 

In molti dei tuoi scatti è presente la nudità, in diversi contesti. Cos’ha da dire un corpo svestito?

“Vi è nella ricerca della bellezza, sia uno sforzo per accedere, al di là di una rottura, alla continuità, sia uno sforzo per sfuggirla” (Geroges Bataille).
La nudità è bellezza. Per me la fotografia è una questione d’intimità, solitudine ed eros. Cerco una bellezza fastidiosa. Quando fotografo desidero totalmente l’altro. O me stessa. E non mi placo finché non vedo qualcosa di simile alla morte. Piuttosto che al sesso. Amo spogliare la mia famiglia allargata. Chi fotografo, diventa la mia famiglia.

 

 

Trovi più congeniale la regia o la messa in atto di un elaborato artistico?

“Ogni frutto stringe il seme come giurando. Cadendo giura e in forma di radice risponde alla terra che chiama. Alla terra che canta la promessa infinita. C’è solo vita niente altro. Solo vita.” (Mariangela Gualtieri).
Non posso scegliere. Accadono. Quando accade l’una è necessaria. Quando accade l’altra è indispensabile. La regia mi dona speranza. La recitazione mi dona il caos. Mi appaiono vincolanti nella mia formazione personale.

 

 
Andrea Tata
 
 
Sabato 19 Ottobre 2013 @ WOM #01
c/o Buka – Ex Casa Discografica CGD – Milano