L’Hayward Gallery di Londra, uno dei cuori pulsanti del panorama artistico contemporaneo londinese, ospita un’ importante mostra concettuale dedicata alla luce, alla sua natura intrinseca ed ai fenomeni percettivi.

Sculture di luce, LED, flash, neon, torce elettriche, complesse istallazioni e vere e proprie light rooms, introducono lo spettatore  in un continuo percorso sensoriale esplorando il modo in cui psicologicamente osserviamo e rispondiamo all’illuminazione visiva e al colore. Tutti gli esperimenti visivi di 22 noti artisti dal 1960 ad oggi, in mostra fino al 28 Aprile.

 

Leo Villareal, “Cylinder II”, 2011 (sinistra). David Batchelor, “Magic Hour”, 2004/7 (destra). Photo courtesy: http://www.mymodernmet.com. Photo: Linda Nylind.

 

Leo Vilareal é conosciuto per il suo enorme contributo artistico che combina l’utilizzo di luci LED a programmi computerizzati. Con “Cylinder II”, Villareal compone matrici luminose, come in una partitura musicale. Ogni sequenza non ha un inizio o una fine, ma viene riassemblata dinamicamente dal computer. La velocità , l’intensità e la luminosità delle luci sono programmate seguendo combinazioni infinite, mai uguali l’una all’altra. L’esperienza visiva permette al soggetto di osservare l’opera con occhi sempre nuovi e curiosi.

 
 

David Batchelor, “Magic Hour”, 2004/7; © the artist. Photo courtesy: David Batchelor.

 

David Batchelor, artista scozzese, famoso per le sue istallazioni create con materiali e oggetti provenienti dalla strade di Londra. Dai suoi lavori emerge la riconsiderazione del colore nei contesti urbani e contemporanei. Con “Magic Hour”, interamente creato con il retro di insegne luminose riciclate. Batchelor richiama alla mente l’Ora Magica di Las Vegas, il tramonto, quando il sole lascia il posto alle luci artificiali e alle insegne multicolore, trasformando la città. Un chiaro riferimento all’inquinamento visivo ed ai colori sintetici, spesso soffocanti, che caratterizzano il progresso delle città moderne, “The ugly side of the light”.

 
 

Ann Veronica Jassen, “Rose”, 2007. Photo courtesy : EPA/Facundo Arrizabalaga

 

Ann Veronica Jassen, crea installazioni immersive e sensoriali, utillizzando non solo luci ma anche nebbie artificiali, specchi e proiezioni colorate, spingendo la percezione umana al limite. Rose, immerge il visitatore in un contesto suggestivo, quasi fiabesco.

 
 

Antony McCall, “You and I, Horizontal”, 2005. Photo courtesy: Lefteris Pitarakis/AP Photo

 

Antony McCall é un’artista d’avanguardia. I suoi lavori e teorie sulla “luce solida” risalgono agli anni 70, quando le sue creazioni, i coni di luce, venivano ancora rappresentate utilizzando pellicole da 16mm. In “Horizontal”, McCall utilizza invece un video proiettore e linguaggi computerizzati, per creare una scultura di luce che incorpora il visitatore. La proiezione di raggi luminosi, resi solidi dalla nebbia artificiale, regalano al visitatore la sensazione di toccare, percepire e quasi di poter “tagliare” la luce con le dita.

 
 

Carlos Cruz Diez, Chromosaturation, 1965/2003. Image courtesy: Atelier Cruz Diez, Paris. Photo: Linda Nylind

 

Carlos Cruz Diez inizia a costruire la sua serie di istallazioni intitolate “Chromosaturation” nel 1965. Si tratta di veri e propri spazi artificiali divisi in tre camere, dal fondo interamente bianco. Ogni camera è illuminata da un colore diverso, precisamente rosso, verde e blu. L’istallazione immerge il visitatore in un contesto monocromatico, creando un disturbo percettivo della retina, normalmente abituata a ricevere una vasta gamma di colori simultaneamente. La “Chromosaturation” può agire quindi come un grilletto, attivando nello spettatore la nozione di colore come concetto materiale, fisicamente tridimensionale.

 
 

Ivan Navarro, “Reality Show”, 2010.  Uomo all’interno di “Reality Show”. Photo courtesy: Getty Images

 

Ivan Navarro, “Burden”, Lotte World Tower 2011. Un visitatore di fronte a “Burden”. Photo courtesy: EFE

 

I due lavori di Ivan Navarro, cresciuto in Chile durante la dittatura di Pinochet, hanno uno sfondo profondamente politico. La claustrofobia, il senso di oppressione/repressione e controllo, dettato dal regime dittatoriale , riecheggiano ossessivamente nelle sue opere. In particolare all’interno di “Reality Show”, il visitatore entra in un box di pareti specchiate che creano infinite riflessioni e trasmettono un senso di profondità e vertigine allo stesso tempo. L’immagine dello spettatore, però, non viene infinitamente riflessa, ma può essere vista da chi osserva la struttura dal di fuori. Un chiaro riferimento ai vetri specchiati utilizzati nelle “interrogation rooms” durante il regime dittatoriale.

 
 

Jenny Holzer, “Monument”. Photo courtesy: serbagunamarine.com. Copyright © 2012 All Rights Reserved

 

Jenny Holzer, dalla fine degli anni ’70 comincia a usare le parole per esprimere la sua arte, redendola come lui stesso dice, “esplicita”. La sua opera “Monument”,  una torre semicircolare composta da LED rosa e viola, mostra oltre 35.000 parole contenute nelle testimonianze di soldati, ufficiali e detenuti, rendendo di pubblico dominio documenti censurati del governo americano. Un altro importante lavoro di Holzer, Blue Tilt, é in mostra stabile al Tate Modern di Londra.

 
 

Per maggiori informazioni sugli altri artisti presenti all’evento e per un tour video della mostra, potete visitare il sito http://www.haywardlightshow.co.uk/

 

Articolo a cura di Ilaria Leone