Le immagini ci parlano. Parlano a una parte nascosta di noi, raggiungono le corde fumose dei ricordi e pizzicandole le fanno suonare. Il suono che emerge dal nostro profondo è qualcosa di diverso da ogni altro: una eco, un riflesso di noi in cui noi a stento ci riconosciamo, un frame eccessivamente nitido. La pagina di un libro letto. Un suono. Un dolore tanto acuto da svuotare gli occhi. Così nelle opere d’arte vediamo, a seconda, l’anima, il tormento, la carne e la grazia, l’infanzia, il desiderio, la mancanza. Qualcosa di nostro, in uno spazio che non ci appartiene. Qualcosa dell’artista, in uno spazio che è nostro. 

Nel turbine di emozioni, positive e negative, di questo riconoscimento, mi capita spesso di domandarmi se chi ha pensato l’opera volesse dire quello che ho captato io. Quando si ha a che fare con immagini costruite e studiate nel dettaglio per trasmettere determinate sensazioni, la risposta è quasi scontata. Altre volte il linguaggio è più fumoso, meno diretto; il messaggio si allarga in una serie molto più ampia di interpretazioni. Comunque sia, la maggior parte di noi è abituata a pensare che l’idea dell’opera nasca esclusivamente nella testa dell’esecutore materiale della stessa. Che esista sì qualcosa che scateni l’ispirazione, ma che il resto sia frutto della libera espressione dell’autore. Ma cosa succede quando il processo creativo precedente alla creazione dell’opera d’arte è vincolato a immagini altrui?

Marco Réa è un maestro della “trasmutazione”. Lui, le immagini altrui, le fa diventare tutt’altro.

Presente quando eravamo ragazzini e ci annoiavamo a morte nel salotto di una vecchia zia o durante le lezioni di storia? Quando gli smartphone non esistevano, la tv decideva cosa dovevamo guardare (quando, e per quanto tempo) e i videogiochi erano vincolati a computer e schermi ingombranti? Credo che tutti si siano ritrovati, almeno una volta nella vita, ad ammazzare la noia pasticciando sulla fotografia della faccia di un attore, o di un personaggio storico di cui ormai fatica a ricordare il nome. Disegnavamo baffi, occhiali, magari le corna o una bella lingua biforcuta. Poi la cosa finiva lì, suonava la fine dell’ora o veniva qualcuno a prenderci; al peggio ci toccava una sgridata. Ecco, per Marco Réa la cosa non è “finita lì”. Lui ha trasformato questo gesto, così naturale, in opera d’arte.

Marco, le tue opere hanno un linguaggio molto forte, eppure nascono dalla “rielaborazione” di fotografie pubblicitarie. Quello che vuoi esprimere condiziona la scelta dell’immagine di partenza o, al contrario, è invece la fotografia stessa a ispirarti un determinato lavoro?

Sai… tutto è nato proprio come hai detto tu. Ricordo, quando ero ragazzino, i ritratti nei libri di storia  resi irriconoscibili dai pennarelli o i personaggi sulle copertine della settimana enigmistica di mio nonno che con una penna diventavano altro, ed è vero, non è finita lì…  
Riguardo la tua domanda sono vere entrambe le cose, inizialmente è la foto pubblicitaria ad ispirarmi, archivio tutte quelle immagini che mi appaiono interessanti per la posa, o per i colori, per le geometrie o  per l’espressione. Successivamente in base a ciò che voglio esprimere scelgo l’immagine che più si adatta all’ispirazione del momento.

L’oscurità che trapelava dai tuoi primi lavori nel corso del tempo è scemata, diventando, in alcuni casi, il suo opposto, luce pura. C’è stata una sorta di evoluzione delle figure: i demoni che si affacciavano dal buio hanno perso la pelle e sono diventati divinità femminili vestite di luce e oro; negli sguardi il turbamento è diventato regalità, una ferma coscienza di sé che porta l’osservatore in un profondo stato di contemplazione. Questo cambiamento è dipeso da qualche fatto in particolare avvenuto nella tua vita o si è trattato del naturale evolversi della tua arte?

Nella mia vita sono sempre stato accompagnato da un senso di tedio e malinconia. Quello che ho capito è che nei primi lavori, senza rendermene conto, cercavo di “vomitare” ciò che avevo dentro riversandolo sulle mie opere, mentre ora voglio realizzare lavori che guardandoli mi trasmettano un senso di serenità, è stata una specie di mutamento, da malattia a cura, come quando Van Gogh dipinse le pareti della sua stanza di giallo per stare meglio.

A proposito di cambiamenti, ti seguo dai tempi di Myspace (se la memoria non mi inganna) e non mi ha stupita che, nel corso degli anni, tu sia stato chiamato a collaborare a un numero sempre maggiore di progetti, molti dei quali collegati proprio al mondo della moda e dell’adv. Come è stato per te entrare a far parte di questo mondo?  Quali sono i meccanismi che ti hanno colpito di più e quale l’esperienza che ricordi con più piacere?

È stato tutto inaspettato. Ho sempre lavorato su immagini del mondo della moda perché in realtà non ero interessato a quel mondo. Per me era semplicemente un modo per renderle mie e più interessanti. Non avrei mai osato invece dipingere su opere di artisti che ammiro, perché ho un profondo senso di rispetto per esse. La cosa che mi ha stupito di più è che in diversi casi ho trovato il mondo del fashion molto più aperto del mondo dell’arte. Ci sono diverse esperienze che ricordo con piacere, una delle più recenti è quando mi ha contattato il direttore artistico mondiale della Shiseido per acquistare una mia opera realizzata su una loro pubblicità. A parte la vendita è stato bello sentirmi dire di essere una fonte di ispirazione per loro e di non smettere di fare quello che faccio.

Hai parlato a una classe universitaria, sei stato contattato da musicisti interessati alle tue opere, ora hai anche prestato la tua arte a una pellicola cinematografica… La tua creatività è un fiume in piena! Hai qualche aneddoto in particolare che ti piacerebbe condividere con chi ti segue?

Sì è vero, ho tenuto una lezione sul mio lavoro al corso di Fashion studies presso La Sapienza di Roma. Ho realizzato alcune copertine per musicisti di diverse parti del mondo e ultimamente ho fatto un lavoro per la Universal Pictures, per un film horror. 
Un aneddoto curioso è successo di recente, sono stato contattato dal mio ex liceo artistico per tenere una lezione sul mio percorso. La cosa buffa è che non avevano la minima idea che fossi stato un loro ex alunno.

L’arte è, come l’uomo, in perenne movimento: artista e opera crescono insieme, si influenzano reciprocamente; gli avvenimenti e gli incontri, l’ambiente circostante, realizzazioni e delusioni cambiano il corso del nostro divenire. Sempre riguardo alla tua crescita artistica, quanto i nuovi incarichi hanno condizionato la rotta delle tue sperimentazioni e in che direzione? 

Certo, non potrebbe essere diversamente. Sono oltre quindici anni che mi muovo tra mostre e gallerie e sia io che la mia arte siamo cresciuti ed evoluti.
Qualche anno fa sono stato contattato da un direttore artistico e fotografo di moda tra i più famosi al mondo, ha realizzato lavori per David Bowie, Lady Gaga, Bjork, ecc., per realizzare delle illustrazioni per la Paris Fashion Week. La cosa era quasi assurda per me perché fino a quel momento non avevo mai rappresentato degli abiti sui soggetti delle mie opere, ma l’ho presa come una sfida e da quel momento ho continuato a lavorare sia sui volti che sugli abiti. È stato un cambio inaspettato che mi ha portato a grandi soddisfazioni e crescite.

Ho notato che la dote che non deve mancare a chi vuole emergere nel mondo dell’arte è, oltre al talento e alla determinazione, una sorta di coerenza di espressione. Mi sembra quasi che lo “stile sia diventato una specie di etichetta da apporre su ogni singolo esordiente e che perdere la coerenza di espressione sia molto penalizzante. Tu sei assolutamente riconoscibile e molto coerente, o almeno questo è quello che si percepisce dall’esterno. Non ti è mai capitato, però, di voler cambiare strada espressiva? Di sentire il bisogno di sperimentare qualcosa di completamente diverso? E nel caso non ti sia mai capitato, si potrebbe dire che questo tuo modo di fare arte sia nato con te o è invece frutto di un percorso fatto di cambi di direzione che noi, dall’esterno, non possiamo immaginare? 

Ho sempre fatto studi artistici: liceo artistico, scuola di fumetti, laurea in Storia dell’arte contemporanea, in parallelo ho fatto graffiti per più di dieci anni. Quello che è la mia arte ora è la fusione di tutto il mio percorso.
Ed anche se la tecnica è rimasta sempre legata all’uso di bombolette spray però, come dicevi anche prima, è molto cambiata negli anni, nei modi più disparati e sono sicuro che cambierà ancora.

Scrivevi, poco tempo fa, “sono la mia arte” e la verità di questa frase, imprescindibile per chi nasce artista, non è in discussione. Chi nasce con dei talenti difficilmente può esimersi dal farli fruttare; in alcuni casi è una vera e propria urgenza, che accompagna chi la prova per buona parte, se non tutta, la vita. Questa urgenza può portare molto in alto come gettare in una fossa, e mi verrebbe da dire che bisogna avere talento anche per gestire il talento. Alla luce di questo, cosa ti sentiresti di suggerire a chi, come te, sente l’esigenza di fare arte?

Si è vero. Purtroppo non basta essere dei validi artisti, bisogna anche saper gestire tutta la parte delle pubbliche relazioni e quella “imprenditoriale”. Non è facile.
Non amo dire ad altri cosa debbano fare o non fare, penso che ognuno debba fare il proprio percorso. L’unica cosa che mi sento di dire è che l’arte è un’esigenza, a volte una maledizione, di cui non si può fare a meno e se si vuol fare arte solo per fama e successo allora è meglio lasciar stare.

Così, ancora una volta, sono le immagini a farla da padrone: le immagini forti, le visioni ispirate; quelle che sbocciano dall’interno e forano per venire alla luce. E, alla fine, si rivelano. Parlano per loro stesse e al contempo per chiunque le sappia interpretare.

E ciò che evoca il talento ha una magia particolare: sembra, a volte, che l’artista faccia da tramite, e non il contrario. Che quella costruzione, quella frase, quella pennellata, arrivino da qualche altre parte fino a qui, come strane rivelazioni. Rivelazioni universali, eppure al contempo tanto personali da dare l’impressione a coloro che ne vengono colti che siano state create su misura del loro sguardo, della loro storia, del loro bisogno.

Dunque, che l’opera venga monetizzata o meno, il suo valore di per sé resta lo stesso, e l’artista, se chiamato a creare, difficilmente potrà esimersi dal farsi tramite del proprio talento, portando alla luce aspetti della realtà che necessitano di materializzarsi. L’artista sarà al servizio dell’arte, sempre e comunque, e l’arte risponderà ai bisogni di chi la osserva, rinnovandosi di sguardo in sguardo, di epoca in epoca, senza smettere di donare momenti di elevazione a chi vorrà abbandonarvisi.

Per tutto questo, aggiungo, grazie di cuore.

Credits:
Courtesy Marco Réa

Rebecca J. Gironi